e ne avevo ben donde.
i matrimoni si rivelano sempre più delle prove psico-fisiche degne di giochi senza frontiere o di un concorso internazionale.
iniziamo con il beccarci tutto il traffico del venerdì sera in tangenziale, a causa di tutti gli stronzi che, come noi, vanno fuori per il w/e.
ad un’ora già improbabile, sfatta e con gli occhi pesti, arrivo in quel di gavi, mangio e poi due amici presi dal raptus della nottambufilia (si dice? nonzò) decidono che a mezzanotte non si può andare a dormire visto che l’indomani devi alzarti alle 7.30. no, si deve praticare la FOLLE movida di novi ligure (e capisci tante cose su erika e omar). io mi oppongo con tutte le mie (educate) forze, ma non serve a nulla.
ormai prossima allo sfinimento, percorro spalmata sul sedile posteriore la strada tutta curve detta della lomellina fra gavi e novi (siamo nel ridente alessandrino) ai 300 all’ora perché il tuo amico ha deciso di mostrare la potenza del mezzo, seguendo il suo amico che deve mostrare la potenza dell’alfa. penso “dio faaaaaaaaaa, non voglio essere annoverata come una delle morti del ’sabato sera’“, dico “vomito”.
poi arrivo al “corona”, pieno di tuuuuuuutta la gioventù trendy fashion novese. calca, coda, birra, sbrecche pittate che ballano, manzi impettiti che ancheggiano, un karaoke che qualcuno li avrebbe presi a pugni. io mi guardo intorno con occhio spalancato da antropologa e mormoro come in trance “sono diversi. sono diversi da noi”.
un locale come tanti, giovani vestiti come tanti, né tarri, né fighetti, né questo, né quello. ma diversi. quasi antropologicamente diversi.
mi spiego: che cosa unisce il nord e il sud e il centro d’italia? l’uguaglianza del mondo della PROVINCIA, dove una ‘coazze’ calabra è identica a una ‘cardinale’ piemontese, e l’enorme diversità della provincia rispetto al mondo delle CITTA’. io, per sempre e nei secoli dei secoli, avrò mooooooolto più in comune, e mi sentirò molto più a casa a palermo, a roma, a napoli, a catania, piuttosto che in un paesazzo della provincia piemontese, o lombarda.
continuo a guardarLI e a pensare quasi ad alta voce, compiaciuta dell’agnizione, “sono diversi”. poi, giunta a gavi presso la splendida casa del vecchio amico che mi ha gentilmente ospitato per la notte, ho profferito, in separata sede alla torinese amica lorena, le seguenti parole, schifosamente presuntuose e razziste “grazie DIO, che mi hai fatto nascere in città!!!”.
il giorno dopo - stamattina, dopo 5 ore di sonno - ci sciroppiamo altre millemila curve ai 300 all’ora sulla A7 e altre millemila usciti a deiva. giungo alla chiesa in uno stato di evidente prostrazione psicofisica, ma vestita e pittata da gentil donzella, e rompo immediatamente in due i miei occhiali da sole da 10 euro (vabbuò, si vedeva male).
poi arrivano i vecchi amici, quanto tempo, sei grasso, sei incinta, devi lavorare?, hai le tette più piccole!!!!!, ti faccio vedere i miei boxer fucsia, ti sei aperto la patta!, ho fame, hai adottato l’ennesimo gatto storpio?!.
qua arriva il pezzo forte: una funzione lunga come la vita di matusalemme, officiata da un prete logorroico, che fa (pessime) battute quasi a strappare l’applauso, culminata nella lettura della benedizione del cardinal bertone testé arrivata da roma, insieme a quella di ratzinger. parte uno sgomitamento incrociato con mgz e debora, stropicciamento di occhi per celare le risate, e poi anche questa scivola via. la funzione FINISCE.
mi eietto fuori e scrivo agli amichetti ’sta cosa della benedizione, per esorcizzarla e farvi ridere un po’ (bastard’), dopodiché viene lanciato il riso, che qualche buontempone aveva “condito” con del pepe. per fortuna che non sono allergica.
ora finalmente si mangia? sì, previa discesa impervia e lunga (ma veramente ripida e veramente lunga! e, memento, ogni discesa è poi salita) verso la “nostra” terrazza sul mare, dove al buffet mi rimpinzerò come so fare io.
sotto il sole.
delle due.
e tre prosecchini.
ghiacciati.
vicino al friggitore di robine in pastella.
davanti al gruppo che suona [pubblicità: gli ottoetti son bravi, son di mantova, son vecchi amici pure loro ;). e guardatevi il video sul sito, ge-nia-le]
ci sono i tavoli in terrazza, ai 35 gradi del pomeriggio, o quelli dentro. io chiaramente finisco in quelli fuori (beh, vista mare almeno), e qua mi si pone l’ennesima prova.
l’invitato di bari viene tempestato di domande sagaci dagli invitati dell’alessandrino: è vero che da voi ci sono le sparatorie? è vero che le case sono mezze da finire? come da usa da voi…? per esempio in polonia… (?). come dice turtle “giusto i discorsi che piacciono a te”. ho tentato il salvataggio del barese dalla sfilza di cazzate, ma esso ci ha messo il carico “sono stato 9 mesi a torino, ma proprio non mi sono trovato, mi son trovato male, avete i regolamenti condominiali”. a questo si accoda l’alessandrino “a torino, se vado in barriera di milano con il camion mi devo chiudere dentro. ehhhh, è pericolosa la periferia, eh?”. e qua arriva deb, a salvarmi.
dopodiché subentra l’insolazione, e da qua in poi ricordo solo di aver ballato, insieme ai soliti dieci e davanti ai restanti 100, al ritmo di camerini, supertelegattone, ma-nah ma-nah, raffaella carrà, rino gaetano e… ninzò.
conclusioni: uno. i matrimoni, le feste di matrimonio, sono una sottile e perversa forma di selezione darwiniana, di nonsense collettivo, di rappresentazione scenica dell’assurdo. due. mapecccché?!